Lo scontro fertile tra Reale e Irreale

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Ho iniziato a riflettere sulle cause dell’esaurimento del senso della Convenzione europea del Paesaggio, proprio quando, a causa del lockdown conseguente alla pandemia, ci è stata negata la possibilità quotidiana di “coltivare la percezione” dei nostri paesaggi, per esempio della mia città, Firenze. Muoversi nelle sue strade strette e attraversare le sue piazze era divenuto, nella nostra mente, un miraggio abbagliante ma impossibile. Mi sono ritornate in mente le parole di Rosario Assunto che ci ammoniva a considerare “il paesaggio come lo spazio privilegiato di dialogo tra l’Uomo e la Natura, dove, per riuscire a contemplarlo, bisogna viverlo” (1973).

Ma dentro quel buio incubo, prodotto dalla” moderna peste”, tutte le nostre attività, il nostro lavoro, il nostro tempo sociale, il nostro tempo libero, sono state rinchiuse all’interno delle nostre dimore.

E’ allora, io penso, che è scattata una straordinaria scintilla nella nostra mente, che ci ha aiutato a “vedere” ciò che non era visibile, proprio come accade per il paesaggio. La nostra “immaginazione” ha lavorato ad un ritmo incessante, ogni ora, ogni giorno, come mai era accaduto precedentemente.

Il trionfo della morte, olio su tela, Peter Bruegel il Vecchio, 1562

Abbiamo provato la necessità che la stessa luce, con la quale Jan Vermeer illumina la ragazza alla finestra, tornasse a plasmare i nostri corpi, intrappolati nelle nostre abitazioni. Abbiamo provato la stessa paura di perdita della nostra identità, che Munch rappresenta ne “Il bacio”, con cruda e fredda lucidità. Ci siamo sentiti “nudi alla finestra” nell’impossibile ricerca di affetti e di sesso, come ci trasmette l’’espressionista Kirchner Brauner in uno dei suoi capolavori.

 

Ci siamo affacciati ai balconi per farci coraggio, attraverso le parole e il canto, con i volti velati da una profonda tristezza, proprio come Edouard Manet seppe comunicarci nella sua celebre opera impressionista.

Rene Magritte, Prospettiva: il balcone di Manet, 1850

Ci siamo accorti, anche, che lo “spazio funzionale” delle nostre città era detestabile rispetto al preferibile “ spazio pubblico flessibile”, più adattabile alle nostre necessità di movimento e di tempo libero. In altre parole, abbiamo fatto pieno uso della nostra immaginazione; anzi, per dirla nei termini usati da Bachelard, del nostro “immaginario”.

Nella prima parte del Novecento, alla fine degli anni 30, il filosofo francese Gaston Bachelard aveva formulato alcuni principi della sua “teoria sull’immaginazione”,con la quale cercò di analizzare, nella loro struttura interiore, i prodotti della facoltà immaginativa di ciascun individuo, ovvero i miti, i sogni, le concezioni artistiche, le visioni poetiche. Proprio quest’insieme di prodotti della facoltà immaginativa, secondo Bachelard, costituiscono l’ “immaginario” di ciascun individuo.

Giorgio de Chirico, Piazza d'Italia, 1952

Nel 1957, Bachelard portò a termine le sue ricerche sulla produzione estetica, pubblicandole nel suo celebre libro ”La Poetica dello Spazio”; in questo testo, Bachelard affermava che anche lo “ Spazio”svolge un ruolo di “ sistematizzazione della réverie e dell’immaginazione materiale.” Ad esempio, il ricordo del paese natale, del focolare domestico e la nostalgia di luoghi vissuti, sono gli elementi che costituiscono il bagaglio di una fenomenologia dell’esperienza per ciascun individuo.

Bachelard afferma che “ vi è dunque un rapporto fra la materia e le immagini che definisce come “affiliazione regolare”, ovvero, di un continuo rimando fra i due ambiti. La facoltà d’immaginazione produce delle immagini dando vita al mondo dell’immaginario, attraverso una forte connessione fra la materia e le poetiche. La via d’accesso alla conoscenza degli elementi, per il poeta è la rêverie, che si produce grazie all’immaginazione materiale.”(“La poétique de la Reverie”,1960)

Inoltre,il filosofo francese ci rivela, in questo splendido libro, che “..l’immaginazione a differenza della fantasia, dell’invenzione e della creatività, ci fa pensare anche a qualcosa di già esistente ma che, al momento, non è tra noi”. Ad esempio, quando il geografo-urbanista Edward W Soja definì il concetto di “post-metropolis” (2000), egli voleva evidenziare che l’elemento di rottura nel concetto di paesaggio era già avvenuto, ma che la sua forza non era ancora tale, o perlomeno non eravamo ancora nella condizione di poter vedere chiaramente i cambiamenti da una prospettiva sufficientemente distanziata nel tempo.

Ecco un caso in cui abbiamo dovuto ricorrere alla nostra “immaginazione”, affinchè questa “visione”potesse essere percepita nella nostra mente, come oggi, molto tempo dopo aver avuto quella visione mentale, possiamo ben vedere e valutare storicamente. Personalmente ritengo altamente simbolico che l’uscita di questo libro di Soja sia avvenuto nello stesso anno in cui è stata scritta a Firenze la Convenzione europea del paesaggio( 2000), alla quale Rosario Assunto non ha potuto partecipare, essendo scomparso nel 1994.

Anzi, a questo riguardo, mi sono sempre chiesto che cosa avrebbe detto e proposto e se, con lui presente, la Convenzione sarebbe stata scritta nello stesso modo. La Convenzione europea del Paesaggio nasce nel momento in cui si è percepita la fine, consapevole o meno, delle illusioni su un possibile altro modello di sviluppo (Forum mondiali di Firenze e di Genova) .

René Magritte, La condizione umana, 1933

La firma della Carta di Firenze (da cui ha avuto origine la CEP) ha rappresentato l’estremo e disperato tentativo di riaprire un “processo di resistenza” al progressivo estendersi di una strategia di mercato globale , accompagnata da una vorace, intensa e inarrestabile domanda di consumo di suolo agricolo. La città metropoli, generata dall’espansione insediativa e dalla centralizzazione di tutti i flussi energetici, tecnologici e di uso dei materiali , ci ha reso sempre più difficile superare il senso di spaesamento e di precarietà che abbiamo provato, vivendo in uno spazio sempre più anonimo ed antropizzato.

Dunque, che fare se gli eventi di questi ultimi vent’anni, hanno “di fatto” superato il fine ultimo di quella straordinaria invenzione che è stata la Carta di Firenze? Durante queste riflessioni, mi è tornata in mente la durissima polemica tra De Chirico e Breton sull’identità e la “purezza” del Surrealismo.

© Gabriele Basilico, Metropoli, 2020

Il pensiero filosofico di De Chirico, dal quale nacque la sua “Metafisica”, considera gli oggetti “non come vuote astrazioni… ma nella loro forma concreta”, come del resto l’immagine e la poesia. La conoscenza filosofica, negando il reale, crea un rapporto con l’irreale, per poi evaderne senza affermare il reale ma confondendolo con l’irreale. L’invenzione nasce dal sogno, il creatore “riprende questa allucinazione, e per così dire la ricalca, la traduce, la mette alla portata delle mani degli increduli”.

Ecco, io credo che ciò che manca oggi, per affermare la “centralità” del paesaggio in ogni atto di pianificazione e progettazione, sia proprio un diverso metodo di confronto tra Reale ( ciò che ci circonda nello spazio urbano e territoriale) e l’Irreale ( ciò che risiede nel nostro immaginario, individuale e collettivo). Così come De Chirico sosteneva “ l’Invenzione progettuale nasce dal Sogno “ dell’artista, che, proprio in momenti confusi e difficili quali quelli che viviamo, deve mostrarsi “ resiliente” verso ciò che omologa la realtà e produttore di fertile azione progettuale per nuovi paesaggi urbani e territoriali. I cittadini ne hanno bisogno, in modo consapevole o inconsapevole, perché tali progetti sono la sintesi più avanzata tra quello che De Chirico chiamava il fertile “ scontro tra Reale e Irreale”, alimentando nel loro immaginario, il redivivo riapparire (F.20) (le Révenant) dell’immagine di Bellezza del Giardino infinito, da cui tutti noi proveniamo.

Giorgio De Chirico, Il Ritornante, 1918